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Il giorno successivo al voto che ha decretato l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ci si è interrogati, ancora increduli, sulle ripercussioni che la scelta elettorale degli inglesi avrebbe prodotto in ambiti non correlati ad aspetti politici e ideologici. In campo energetico, per esempio, la riflessione ha riguardato la questione dell’apporto delle rinnovabili alla c.d. “Brexit”; in materia ambientale la scelta inglese imporrà soluzioni più pragmatiche. Al contempo, lo spazio vuoto lasciato dalle soluzioni preventive è stato colmato dall’incertezza.

Il 23 giugno del 2016 i cittadini inglesi hanno partecipato alla votazione sul quesito referendario riguardante la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Il risultato scaturito dalle urne ha decretato per i sudditi di Sua Maestà la definitiva recisione dei legami con il vecchio continente. Dal 1972, anno in cui il Regno Unito ha chiesto e ottenuto di aderire alla Comunità Europea, ci sono state molte occasioni di incontro tra gli stati membri ufficializzate con la stipula di Trattati (ultimo quello di Lisbona in vigore dal 01/12/2009) che i vari governi aderenti, attraverso la ratifica, hanno recepito e quindi acconsentito a rispettare gli impegni presi. Il governo Inglese è sempre stato un membro sui generis capace di negoziare, negli anni, la non adesione a parti di trattati attraverso gli opt-out; il più noto è quello inerente la rinuncia all’adozione della moneta unica europea. Nonostante questo status atipico, la scelta espressa dai cittadini d’oltremanica con voto democratico e sovrano, che ha decretato l’ormai nota “Brexit”, ha scaturito reazioni contrastate e schizofreniche al punto che si è proposto di ripetere la votazione evocando l’assurdità del risultato.

Il Primo Ministro inglese Theresa May

Il Primo Ministro in carica, David Cameron, ha presentato le dimissioni sia dall’incarico di governo che da leader del partito conservatore ed è stato sostituito dalla collega di partito Theresa May. Il processo di separazione è in atto e si prevede che sarà molto complesso; una serie di criticità sono già emerse, sin dai primi passaggi, a causa dalle diverse posizioni assunte dalle parti, UK e EU.

Implicazioni in materia di energia

Gli articoli dal 191 al 194 del Trattato di Lisbona riguardano espressamente temi ambientali ed energetici, finora trascurati nei precedenti trattati. Nei dibattiti pre-voto, le tematiche dell’approvvigionamento energetico e dell’impatto sull’ambiente sono stati oggetto di discussione. Gli scenari possibili a seguito dell’esito delle urne hanno polarizzato la scelta dei votanti, che si sono divisi tra quelli a favore di una politica energetica e ambientale più “green”, aderendo al movimento del “Remain”, e coloro che, ritenendo questi aspetti di secondo piano rispetto a problemi di carattere sociale, hanno votato per “Leave”.

Oltre le implicazioni politiche e ideologiche, ci sono argomenti più pratici che devono essere considerati, come l’accesso ai finanziamenti UE e sussidi speciali per i progetti legati al clima. Dal 2007, la Banca Europea degli Investimenti ha distribuito ai paesi membri circa 7,2 miliardi di euro per implementare progetti legati alle energie rinnovabili. Il Regno Unito è stato tra i membri che maggiormente ha beneficiato di questi fondi, con una cifra pari a circa il 24% del totale, tutti impegnati per colmare il divario in termini di aliquota minima di fornitura energetica da fonti rinnovabili ai cittadini britannici.

Fondi ricevuti per investiventi nelle energie rinnovabili.

Il piano energetico nazionale inglese prevede che, nel 2020, tale aliquota raggiunga una percentuale del 15% sul totale prodotto, andando incontro alle richieste espresse dalla direttiva europea 2009/28/CE. Con l’uscita dalla UE, il governo inglese potrebbe decidere di tornare sui propri passi e non voler centrare più questo obiettivo anche per il fatto che i fondi fissati per i progetti su ambiente ed energie rinnovabili, destinati agli stati extra-EU, è solo del 12%.

La politica energetica inglese

La realtà ci dice che un cambio di direzione, specialmente per un termine così vicino, è molto difficile, in quanto molte delle azioni per raggiungere tale obiettivo sono state già intraprese ed, inoltre, esistono degli obblighi che il regno di Sua Maestà ha contratto all’atto della firma del trattato sul clima di Parigi. Un discorso diverso potrebbe essere fatto per gli obiettivi a più lungo termine, come quelli posti per il 2030 e il 2050.

Distanza dei paesi europei rispetto gli obiettivi del 2020.

Le scelte in materia di energia, effettuate negli anni dal Regno Unito, sono state un punto di riferimento per la Comunità Europea. Esempi concreti ne sono la creazione di un mercato libero dell’energia, adottato dalla UE nel 2009, ma già presente nel 1989 in UK, e la successiva differenziazione tra i proprietari degli impianti di produzione ed i proprietari della rete di trasmissione di energia. Teoricamente, si può ritenere che inizialmente la politica energetica dell’Unione Europea sia stata influenzata fortemente dal Regno Unito e non viceversa.

Ultimamente, sono emerse alcune distinzioni nei comportamenti tenuti dai paesi europei e l’ormai ex-partner inglese, come ad esempio in materia economica per gli incentivi allo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Mentre nel continente si è adottato un metodo tariffario incentivante per la produzione di energia rinnovabile, facendo ricadere sul responsabile della rete la gestione delle aliquote energetiche, in Inghilterra si è preferito stabilire delle aliquote fisse di energia sostenibile da immettere in rete e lasciare che il mercato fissi il prezzo liberamente. Solo recentemente è stato adottato il sistema europeo, ma solamente per piccoli impianti a carattere domestico.

Il progetto impianto nucleare di Hinkley Point C

Un altro aspetto è quello riguardante il nucleare. Gli stati membri dell’Unione Europea hanno adottato una politica di lenta dismissione degli impianti funzionanti senza costruirne di nuovi, mentre il governo Inglese ha approvato, a metà Settembre del 2016, il progetto per la costruzione di una nuova centrale.

Un futuro ancor più imperscrutabile

Sussistono, dunque, evidenti segnali che inducono ad immaginare un futuro ancora improntato all’uso delle energie rinnovabili, anche se l’orizzonte non è così roseo. In una delle sue primissime dichiarazioni, dopo il suo insediamento al numero 10 di Downing Street, il Primo Ministro May ha tenuto a chiarire con fermezza che il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sarebbe stato totale e privo di azioni ambigue. La frase “Brexit means Brexit”, pronunciata ai microfoni, fu riportata nelle maggiori testate giornalistiche per molti giorni, seguita da analisi riguardanti le reali implicazioni di tale affermazione. Molti investitori hanno rivisto i loro intenti di intraprendere affari nel Paese d’oltremanica, anche alla luce degli ulteriori passi concreti intrapresi dal Governo Inglese, come l’emissione di un manifesto programmatico nel quale si ponevano forti limiti sulla realizzazione di parchi eolici on-shore e lo smantellamento del Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento Climatico.

L’emorragia di fondi privati è stata rilevata anche dalle aziende del settore delle rinnovabili. Emma Pinchbeck, direttore esecutivo della RenewableUK (società no-profit di categoria), riprendendo le parole pronunciate dal Primo Ministro May e per esaltare il potenziale del Regno Unito come luogo in cui interessarsi di ricerca e innovazione, ha sostenuto che: “è possibile attrarre investimenti proprio per la posizione di leader mondiale nel settore eolico offshore, della produzione di energia dalle onde e dalle maree”.

Eolico off-shore inglese

Le dinamiche in atto in questa fase della Brexit sono molte e sono soggette a modifiche e revisioni. Tutto ciò comporta una incertezza diffusa in molti ambienti, che rende lo scenario piuttosto offuscato. È però opinione unanime che l’Inghilterra e l’UE hanno tutto l’interesse affinché la collaborazione in campo energetico continui sia dal punto di vista economico sia riguardo la certezza degli approvvigionamenti. Nel frattempo però, altro dato per ora certo, gli investitori cercano di proteggere i loro capitali e “salpano per porti più sicuri, abbandonando le coste inglesi in attesa che passi la tempesta” per usare una metafora attinente alla “fu potente” Marina di Sua Maestà.

energetico energetico ilpositivismo.com

Fonti ed approfondimenti

1. https://www.bloomberg.com/news/articles/2016-02-02/brexit-may-lose-u-k-billions-in-funding-for-climate-renewables
2. http://www.smartestenergy.com/info-hub/the-informer/energy-industry-sees-positives-in-may-s-brexit-comments/
3. https://www.addleshawgoddard.com/globalassets/insights/energy/the-impact-of-brexit-on-the-uk-energy-market.pdf
4. https://www.theguardian.com/uk-news/2016/sep/29/hinkley-point-ministers-sign-go-ahead-for-nuclear-power-plant

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Luca Pandolfi
Laureato in Chimica Industriale, Dottorato di Ricerca in Ingegneria dei Materiali. Esperienza pluriennale nello studio con tecniche di caratterizzazione chimico-fisica e nella fabbricazione di materiali innovativi applicati sia nel campo della micro-nano elettronica in ambito del monitoraggio ambientale, sia come dispositivi presenti negli impianti rivolti alla produzione di energia da fonte rinnovabile. Analista chimico, responsabile di laboratorio e servizi tecnici in aziende di consulenza in Ambiente e Sicurezza nei Luoghi di lavoro. Esperienza maturata nella Buona Pratica di Laboratorio in ambito delle indagini ambientali in riferimento agli agenti chimici, cancerogeni/mutageni e a materiali contenenti amianto. Coautore di 39 pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali ISI e oratore in diversi convegni internazionali riguardanti lo studio di materiali e processi innovativi.